Sommario interattivo: Saggio, mie considerazioni.

 

Il saggio della Mariani

Maria Stella Calò Mariani, Cantieri statali e cantieri ecclesiastici di età sveva in Capitanata. L’abbazia di S. Maria di Ripalta sul Fortore, in Parr. Maria SS. Annunziata, Lesina, La Chiesa di Lesina: percorsi di Storia, Tradizione, Spiritualità, Atti, Tomo II. Lesina 2001. Pagg. 155-177.

 La relazione della Mariani riprende un saggio della stessa autrice pubblicato a Bari nel 1992.

 P.  159: i cistercensi di Casanova d’Abruzzo vanno a Ripalta.

P. 161: motivo = “riassettare le condizioni declinanti dei monasteri benedettini e di rinnovare la floridezza, riaggregando e incrementando i patrimoni immobiliari, intervenendo sul territorio. La loro esperienza tecnica in campi diversi, dall’agricoltura all’idraulica, dalla zootecnia all’architettura, li rese interessanti agli occhi dello stesso Federico II, volto a realizzare a partire dagli anni venti del secolo, un vasto programma di ristrutturazione del territorio e di incremento nell’edilizia statale”.

P. 162: “La più pura espressione dell’arte cistercense in Puglia è la chiesa abbaziale di S. Maria di Ripalta”; la sagrestia è ritenuta una delle cappelle orientali aperte sul braccio nord del transetto. La parete orientale è illuminata da un ampio rosone.

P. 163: foglie lisce o lobate, a volte con note di freschezza (pampini, foglie di fico, e di acanto carnoso, cespi d’edera).

Dall’alto della navata un monaco atlante; una bella testa virile, coronata di foglie, sigla il culot della prima campata.

Sotto le volte del braccio nord del transetto, teste e figure di telamoni.

Nella parete esterna del coro, un volto ridente spunta inatteso dalla corona di foglie che cinge la monofora centrale. “È un segno nuovo, quasi un raggio di gioia mondana, penetrato nel chiostro a sciogliere i rigori della condanna bernardina”. “Bandito dai chiostri, il riso trovava espressione nella festa e nella vita di corte”.


Mie considerazioni sul saggio della Mariani

L’autrice ha l’indiscusso merito di aver trattato per prima e in maniera organica la struttura dell’abbazia di Ripalta. Le mie osservazioni partono da una considerazione  diversa, che non vuol contraddire il suo prezioso contributo, ma evidenziare il monastero come un’opera essenzialmente religiosa, scopo dei monaci che ne hanno curato l’edificazione.

1. nella relazione si parla, deducendolo dal titolo, di “cantiere ecclesiastico”, perché la struttura esistente è concepita come una grande chiesa a cinque navate. Mi permetto di dissentire per due motivi: a. le abbazie cistercensi non erano a cinque ma a tre navate; b. Ripalta, in quanto piccolo monastero, può considerarsi opera già completa: ne sono prova i capitelli che dimostrano l’ultimazione dei luoghi essenziali e il prolungamento degli ambienti per i conversi, ristrutturati e conservati egregiamente dai celestini, che non a caso conoscevano molto bene la spiritualità benedettina, in quanto il loro fondatore, papa Celestino, era un monaco benedettino.

2. ritengo che le foglie lisce delimitassero l’area del chiostro, mentre quelle lobate facciano parte degli ambienti fondamentali, quali Chiesa, Capitolo, Scrittoio.

3. ritengo ancora che le “note di freschezza” indicassero da un lato un accesso ad altro ambiente, come il Capitolo, dall’altro delimitasse l’area dedicata al refettorio, testimoniata dalla presenza di capitelli con foglie “carnose”, come definite dalla Mariani.

4. il cosiddetto “monaco atlante”  non sorregge una sfera, simbolo del mondo, ma una figura squadrata, forse una pietra, simbolo del lavoro manuale. Strano che una figura del genere si trovi nell’attuale Chiesa: più plausibile che essa indichi l’accesso a quel punto del “passaggio” dove l’abate indicava ai monaci il lavoro quotidiano da svolgere.

5. la testa virile coronata di foglie è per me associabile all’altro capitello con due mani che sorreggono una sfera, forse per rappresentare le arti del quadrivio medievale (aritmetica le foglie, geometria la testa, astronomia la sfera e musica le mani, secondo una mia opinabile ricostruzione) che nei monasteri indicava quella parte del chiostro il luogo per i libri di meditazione e di preghiera, ma che nei piccoli monasteri indicava anche la biblioteca.

6. i cosiddetti “telamoni” meriterebbero studio più approfondito: secondo una mia ipotesi, per il fatto di trovarsi nella parte nord del transetto (di solito luogo del Capitolo)  potrebbero indicare quei luoghi specifici dove avveniva l’elezione dell’abate e la lettura della regola di San Benedetto.

7. La figura ridente, esterna alla monofora centrale, indica a mio parere l’abate: lo si può dedurre dal cappuccio che indossa e che è visibile sopra la sua testa.

 

Tengo a ribadire che quanto detto non vuol contraddire quanto scritto in precedenza, ma è frutto di una ricostruzione, studiando attestazioni su lapidi (nel primo caso)  e attingendo a fonti di spiritualità monacale (nel secondo caso), al fine di poter (spero) chiarire meglio gli eventi ambientali che hanno caratterizzato l’abbazia di Ripalta da oltre un millennio.


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