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Sommario interattivo: Studio; 1° documento, 2° documento, mie considerazioni. Roberto Pasquandrea, I Padri Celestini della SS. Trinità in San Severo: da San Giovanni in Piano a S. Maria di Ripalta in Parr. Maria SS. Annunziata, Lesina, La Chiesa di Lesina: percorsi di Storia, Tradizione, Spiritualità, (Atti), Tomo II. Lesina, 2001. Pagg. 81-123. Il feudo di Ripalta portò a livelli altissimi il tenore di vita dei monaci celestini di San Severo, in quanto era molto esteso: 300 carra: un carro = 20 versure; 300 carra = 6.000 versure; una versura = 12.345 metri quadrati; un ettaro = 10.000 metri quadrati). A cosa portò l’introito di Ripalta al monastero di San Severo? 1. ampliare il cenobio; 2. rimodellare la facciata principale, perché fosse meglio ammirata; 3. foraggiare altri cenobi dell’ordine, come quello di Manfredonia. Tesi conclusiva: dotte committenze, raffinata quotidianità della loro vita, che di cenobitico aveva poco o nulla. Abbazia di S. Maria di Ripalta Fondata intorno all’XI secolo, fu prima benedettina; nel 1201 passa ai cistercensi; nel XV secolo era già in mano a un cardinale commendatario; nel 1750 venne censita dal principe Enrico Benedetto Maria Clementi Stuart, duca di York, Cardinale di santa romana Chiesa e arciprete di San Pietro, il quale, nel 1751, la cede in enfiteusi, per l’annuo canone di 3600 scudi romani, ai Celestini dell’abbazia della SS.ma Trinità in San Severo. Nel 1780, il Re avocò a sé il pieno dominio sulle Abbazie, ma non su Ripalta, che restò allo Stuart, cui vennero versati i 3600 scudi fino al 1786, quando la morte lo colse all’età di 90 anni. Nel 1783, Ripalta diviene “regia commenda”, con un canone annuo di 11.000 ducati. Nel 1806, l’ordine dei celestini viene soppresso da Gioacchino Murat. S. Giovanni in Piano: già monastero benedettino, nel 1280 diventa dell’ordine di Celestino. Nel 1400 i Celestini di S. Giovanni in Piano si trasferiscono in San Severo. Nel 1614 Paolo V stabilisce che a capo dell’ordine non vi siano più priori ma abati. L’abate di san Severo non era più quindi priore di San Giovanni in Piano, anche se deteneva tutti i territori e i privilegi concessi a San Giovanni in Piano. Nel 1751, i Celestini di San Severo, compresa Ripalta, possedevano in tutto terreni per 8115 versure, pari a ettari 9738!
Primo documento (pagg. 89 – 99 op. cit.)
Introduzione dell’autore (pp. 89-90) Questo documento dimostra inequivocabilmente il caos che regnava nell’amministrazione dei beni di Ripalta, ed anche la colpevole dispersione di molti rogiti, che di quei beni, all’uopo, avrebbero potuto dimostrare la legittimità del possesso vantato dagli abati commendatari. Al disinteresse degli amministratori corrispose inevitabilmente l’usurpazione di terre, censi ed altri cespiti da parte di coloni ed affittuari, alla qual disgrazia, con molta fortuna del cardinale commendatario, il duca di York, tentò con buon successo di porre rimedio l’amministratore pro tempore, l’arciprete (Diego) Ingellis, al quale vanno riconosciuti molta perspicacia, ferrea volontà, tatticismo e consumata diplomazia. Desta sconcerto sapere della massiccia infiltrazione dei Celestini nei possedimenti terrieri di Ripalta, il che spiega la fretta di liberarsi di quella commenda da parte del Cardinale Stuart e la relativa facilità con cui l’abate Turco riuscì a ottenere l’enfiteusi di detto commendatario, il quale, avendo presente che Ripalta faceva parte di un territorio in cui, fra i parziari, figuravano gli invadenti Celestini, forse concluse che non dovesse esistere avventore disposto a ritrovarsi con una tale spina nel fianco e pagare più di quanto si venne a stabilire con i prefati monaci.
Documento (pp. 90-99): P. 90 - 91: (prima del 1719) l’abbazia era in commenda al Card. Vallemani, data in affitto (1713 o 14 o 15 a Nicola Topputi di Barletta; nel 1719 passa a Monsignor Patriarca D. Mondillo Orsini, che ha dato in fitto fino al 1748 (fitti: dal 19 al 26 fitto al Marchese di vasto per ducati annui 2000; dal 26 al 29 Ottavio Baratta e Leonardo Paladini di Monte Miletto per 2400 ducati annui; poi al duca di Gravina per ducati ???; poi, dal 31 al 34 a D. Francesco Mosti di Benevento e al Si. Liberatore Piccirillo per 2400 d.; nel 32 a Francesco Anzaldi e Giovan Battista Galiani di Melfi per 2200 d., rogito del notaio Mangioni di Napoli; poi Battista D’Andrea per 1900 d., sempre con rogito di Mangioni; dal 1747 a D. Michele Angelo Corabella di Cetonia, forse Lacedonia, per 2200 d.; dal 1747 al 5 gennaio 1750, giorno della morte di Orsini, fu fittata da D. Leonardo Raffaele di Melfi). P. 92: nell’ultimo anno e 4 mesi, fino al 5 gennaio 1750, fu affidata in gestione al Sig. Matteo Fania di ti, di San Severo, che ricavò 3900 ducati, di cui 600 da taglio per spurgo dei boschi; dal 5 gennaio al 10 settembre del 1750 fu data al Sig. Abate D. Domenico Fiani di Torremaggiore, commissario della nunziatura apostolica di Napoli, aiutato dall’arciprete Ingellis e che invia a mons. Lercari la relazione sul ricavato: 4486, grano compreso … tolti 1161 (quota amministratore) e 520 (taglio boschi), il vero ricavato è 2805, cui aggiungere 500 da Orsini per i feudi di Isca e Stengo. P. 93: coi soldi del defunto Orsini, si fa erigere nella Chiesa un altarino in marmo in onore della Vergine, con porta mano in ferro che “si fa con tutta economia, e con poca spesa”. Le stanze (dell’abbazia) sono spoglie di tutto, al punto che Ingellis si è dovuto portare il letto e qualche mobile per poter dimorare. P. 94: i Celestini hanno usurpato due versure di terreno che Ingellis dovrà recuperare. Territori della badia: a S. Nicandro presso il fiume Fellonico; carra 35 nel feudo Rosarno; P. 95: 4 carra chiamate le “grancie” di Ripalta. P. 96: Altri territori: in Ischitella, Vico, Volturino. Animali: 222 bufale. P. 97: i Celestini riscuotono 2000 ducati annui dai feudi di Isca e Stengo. P. 98: affitto per la pesca al Fortore: 100 d.; per panetteria di Ripalta: 70 d. annui. P. 99: nel 1751 si stima una quota di 5876 ducati, sperando 6000, prevedendo aumento di 1100 per ogni anno.
Secondo documento (pagg. 99 – 122 op. cit.)
Introduzione dell’autore (pp. 99-100) Saverio Danza era presidente della Regia Dogana di Foggia, che quindi riscuoteva il pedaggio per il passaggio delle pecore in transumanza. Egli scrive una lettera al Re datata 29 marzo 1777. Questo secondo documento, sebbene sia da prendersi con qualche riserva, avendo avuto per musa ispiratrice un irriducibile rancore, è pur sempre attendibile, stando riferiti in esso, molto circostanzialmente, fatti avvenuti poco tempo prima e, quindi, facilmente verificabili nella loro autenticità. Documento sconvolgente, per evidenziare una condotta negli affari tenuta dai nostri monaci che sarebbe eufemistico definire allegra, avventata o coraggiosa, per essersi quegli stessi macchiati, come denuncia il Danza esplicitamente e senza tema di essere smentito, del delitto di contrabbandare frumento, legname e quant’altro. Documento altresì sconvolgente per tacciare quei monaci d’ingordigia senza limiti, disumanità, prevaricazioni, andando così ad offuscare con un’onta infamante una consolidata reputazione fatta di sole luci, raffinatezze, mecenatismo, prodigalità.
Documento (pp. 100-122): P. 100: nell’anno 1774 i celestini hanno costruito un ponte abusivo sul Fortore, nel feudo di Ripalta, per il trasporto di animale e per evitare il dazio doganale. P. 102: i Padri Celestini si dolsero della causa contro di loro da parte del Danza. P. 103: Danza chiede al Re di annettere Ripalta al Tavoliere per evitare il contrabbando, quindi anche l’incorporazione a danno dei celestini. P. 103: i celestini giungono a San Severo per spiegare ai piccoli la dottrina cristiana, educarli nelle scuole, assistere i moribondi. P. 104: ma … si collocano al centro della città con un sontuoso palazzo, dimentichi del pudore con finestre che affacciano in piazza. Accenno agli ampliamenti da san Giovanni in Piano. P. 105: patrimonio stimato prima di prendere Ripalta: 8.000 ducati annui, non 1.000 come dichiarato. P. 107: acquisto di Ripalta, per la “dolcezza del clima, anche favorito dalle acque, abbondanti nella stagione d’Autunno”; collocazione del feudo e patrimonio (500 bufale e poderi circostante = grancie). P. 108: possedimenti = lago di Varano, terre di Serracapriola e Pietramontevìcorvino; bosco con cerri e querce, parte seminativo, subaffitto per animali di coloni dei paesi circostanti; a Orsini rendita di 2000 d., poi “Cardinale York” (sic!) e Turco, “assai accorto, sagace, inteso all’amenità”, con cui furono concordati 3600 d. P. 109: i Celestini disboscano per renderlo tutto a coltura; alle 500 bufale e 400 vacche, aggiungono 8000 pecore, 400 giumente, 300 buoi, poi “animali negri” (maiali) fino a mille, cacciando i coloni, “pochi e poveri […] i quali stando alla credenza e buona fede di poter continuare l’usufrutto dei terreni, da essi loro con stenti e fatiche, dovettero cederli alla forza”. Solo Chiesti vien concesso il feudo di Isca e si procede alla vendita del legname dei boschi. P. 110: due magazzini (Lesina Marina), di cui “se ne impadronivano” a scapito dei pescivendoli di Lucera che lo usavano come rifugio. Accusa di contrabbando. P. 111: la Chiesa di Ripalta e le abitazioni dei monaci e dei conversi; confine del feudo; ponte abusivo, casetta davanti al portone a uso di taverna per “vino, olio, cacio e di altro commestibile che facevano per conto loro vendere”; dietro sorgeva la panetteria, a fianco una stalla per 15 animali da aratura. P. 112: ponte più robusto, nel 1774, per traffico illecito di animali verso Monte S. Angelo. P. 114: abitano nel feudo sei religiosi: coabate, priore, procuratore di campagna, procuratore di casa, due altri sacerdoti, tre (su undici) conversi. P. 115: Il Danza sostiene, dopo aver descritto il modo con cui aggiravano la dogana, che potrebbero pagare 8000 ducati al Re, mentre nel pagano solo … 500. P. 116: si stima che dal 1767 al 1776 siano passati per il ponte abusivo 44833 pecore, corrompendo gli agenti del fisco. P. 117 – 121: il Danza propone le soluzioni possibili = 1. recuperare i rogiti notarili per mandar via i religiosi; 2. annettere Ripalta al Tavoliere per evitare il contrabbando = ne guadagnerebbe il Fisco si avrebbe una rendita, fissa e molto alta, si potrebbe sfruttare l’erba dei religiosi, pagando all’abate commendatario la quota stabilita, sfruttare il feudo nella pesca e negli animali in dote, vantaggio dei coloni, evitare il contrabbando, evitare lo smercio illegale sull’Adriatico, evitare di assumere altri custodi, in quanto “dispendio grande per il Fisco”, vantaggio per i “poveri” vassalli del Fisco. P. 121: si chiede la concessione dell’enfiteusi al Cardinale York, per rivedere i confini. P. 122: lettera di accompagnamento: si cita il primo abbattimento del ponte, l’incorporazione al Tavoliere, l’ostinatezza e il sarcasmo dei religiosi, la richiesta di un intervento forzato. Mie considerazioni sullo studio del Pasquandrea Voglio partire da una considerazione di principio: lo storico è colui che non solo raccoglie dati attraverso le fonti disponibili, ma è anche colui che ordina il materiale e riferisce i fatti, senza emettere giudizi che possano influenzare il pensiero del lettore. Si tratta di onestà intellettuale, che potrebbe mancare – intendiamoci – anche in colui che sta scrivendo queste righe. Quanto detto viene da me percepito, ma forse è solo un’impressione, dalle parole usate verso i Celestini. Detto questo, riconoscendo il prezioso lavoro del Pasquandrea, che tanto mi è stato di aiuto nelle mie ricerche, e non intendendone sminuire il lavoro e la dedizione, mi permetto, in base a quanto ho raccolto finora, le seguenti considerazioni: 1. la premessa al primo documento sottolinea l’ingerenza dei Celestini, i quali si avevano avuto in concessione l’enfiteusi (o fitto) dal Cardinale di York: non comprendo l’espressione “fretta di liberarsi dalla commenda del cardinale” (p. 90 op. cit ) visto che lo stesso continuò a tenerla, come affermato (solo poche pagine, esattamente a p. 85) fino al 1786, anno della sua morte. 2. si vuol sottolineare la figura dell’arciprete Diego Ingellis, il quale riuscì – è vero – a recuperare parecchi terreni, ma la sua opera non può paragonarsi a ciò che hanno fatto i religiosi: l’uno è stato oculato amministratore, gli altri sono stato anche ottimi investitori. A questo si aggiunga che la fonte, il cosiddetto “primo documento”, non viene citata. 3. prima dei Celestini, il feudo di Ripalta non riusciva a superare la soglia dei 3000 ducati, integrati peraltro da periodici tagli del bosco, mentre i Celestini, già all’epoca e con i soli feudi di Isca e Stengo, che non erano certo paragonabili agli 8.000 ettari di Ripalta (erano 300 “versure”, quindi 20 volte meno!), riuscivano a ottenere 2000 ducati. 4. Saverio Danza, funzionario fiscale del Re, scrive una lettera che, pur definita piena di “rancore”, viene certificata come attendibile quando si parla di condotta dei religiosi “allegra, avventata o coraggiosa”… dalle pagine che seguono, mi sembra che di attendibile ci siano solo i riferimenti ai ducati, ai terreni e alle rendite possibili nel momento in cui il tutto sarebbe stato confiscato; il resto, cioè i commenti sulla vita religiosa dei Celestini, può essere opinabile, se non menzognero se si considera l’unico fine del Danza, quello cioè di assicurarsi vantaggi personali, con uno scritto che ricorda le tesi del Machiavelli e lo spirito anticlericale che da lì a poco avrebbe portato alla soppressione del “patrimonio petrino”: La condotta “allegra, avventata o coraggiosa” ha portato Ripalta a diventare un feudo che da una lato assicurava la transumanza alle pecore locali e abruzzesi, dall’altro riforniva di grano, oltre San Severo e provincia (religiosa) anche il cenobio di Manfredonia, come ricorda lo stesso Pasquandrea (p. 84 op. cit.), nonché a rifornire anche la provincia napoletana, come testimonia la lapide all’ingresso della tenuta di Ripalta (cf. didascalia nel refettorio) . Da quanto detto, non so come possa definirsi allegra o avventata o coraggiosa la condotta economica dei religiosi. 5. l’odio contro i celestini, che ha per pretesto la costruzione di un ponte abusivo (p. 100 op. cit.), è in realtà finalizzato, come di seguito spiegato, dalla volontà di accaparrarsi l’intero feudo, anche a costo di continuare a pagare il vecchio canone (p. 121 op. cit.) al Cardinale Stuart (chiamato volgarmente “Cardinale York”, confondendo la località per un nome), divenuto ormai una miniera d’oro; non si ha però il coraggio di dire che prima dei celestini Ripalta era un grande bosco abbandonato, mentre dopo era terra ripulita, feritile, produttiva, tant’è che a pag. 109 troviamo l’accusa di aver ridotto tutto a coltura, ma dopo la confisca il bosco non verrà ripristinato. Va inoltre detto che si rimprovera ai Celestini la corruzione dei funzionari del fisco (p. 106 op. cit.) ma nulla viene fatto contro di loro, anzi … vengono dopo definiti “poveri vassalli” (p. 121 op. cit.), anche se poi vien detto di non assumerne nuovi, perché potrebbero essere ... dispendiosi per il Fisco (ib.). A questo aggiungo un altro fattore, importante per comprendere la presenza dei celestini in terra di Capitanata: attingo da quanto sta facendo il centro studi celestiniano dell’Aquila. Fonte: Incontro con Padre Quirino Salomone, Direttore del Centro Internazionale di Studi Celestiniani (Trivento, 12 febbraio 2002).
- Padre Quirino, ci fa un esempio concreto di «progresso» celestiniano?
- Come avveniva lo scambio dei prodotti? Cosa aveva previsto Celestino in questo
senso?
- Una vera e propria regolamentazione della Fiera…
Per concludere: Chiesa ed ex monastero della SS. Trinità (Celestini) Chiesa ed ex monastero
della SS. Trinità (dei Celestini) in Piazza della Repubblica. Esistente già nel
sec. XIV, vi si trasferirono nel XV secolo i monaci Celestini di San Giovanni in
Piano (Apricena). Successivamente le fabbriche si ampliarono molto, grazie a
donazioni e acquisti; il terremoto del 1627 distrusse gran parte del complesso
monastico. (Tratto da libro "Omaggio a San Severo" di Benito Mundi e Giuliana Mundi Leccese - Edizioni del Rosone - Foggia).
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